di Emiliano Tognetti
Il Salone del Libro, è per sua natura uno spazio di incontri e conoscenza di storie e persone “incredibili”. Questa edizione 2026, non è stata da meno: una delle persone che abbiamo potuto incontrare è stata Reber Yousef, scrittore e poeta curdo-siriano, che è venuto per la prima volta in Italia.
Lo abbiamo incontrato dopo la presentazione del suo libro “Canto sottile” edito in Italia da “emuse”, che ringraziamo per la gentilezza; con l’occasione gli abbiamo fatto una bellissima intervista, che vi proponiamo.
Buona lettura!
Emiliano Tognetti:
La domanda riguarda il rapporto tra geografia, memoria e identità. Nel tuo romanzo i luoghi sembrano quasi dei personaggi veri e propri.
Reber Yousef:
Nel romanzo Le donne della notte, i luoghi condividono il destino e la sofferenza degli esseri umani. Anche quei territori hanno sofferto dopo gli accordi di Sykes-Picot, dopo la nascita dello Stato siriano moderno e dello Stato turco moderno.
Sono nati nuovi confini, nuove città, nuovi luoghi.
Molte persone che vivevano o lottavano nella parte siriana dopo Sykes-Picot si trovavano lungo il confine e ogni sera guardavano da lontano i loro villaggi, separati da quell’accordo e ormai diventati territorio turco.
I luoghi erano simili agli esseri umani. A volte erano essi stessi degli esseri umani.
Cambiavano continuamente: a volte si svuotavano dei propri abitanti, altre volte accoglievano nuove persone, proprio come accade ai personaggi del romanzo.
Imponevano nuove culture e allo stesso tempo privavano le persone della loro cultura originaria.
Emiliano Tognetti:
Colpisce anche il modo in cui il tempo nel romanzo appare frammentato, spezzato e continuamente ricostruito.
Reber Yousef:
Il romanzo non segue un tempo lineare che parte da un punto iniziale e arriva semplicemente alla conclusione.
C’è una costruzione narrativa — non vorrei chiamarla un “gioco”, ma piuttosto una tecnica — attraverso cui il lettore partecipa insieme allo scrittore alla scoperta del destino dei personaggi.
La prima parte del romanzo, per esempio, è quasi un’introduzione a tutti i capitoli che arriveranno successivamente. Perfino il finale non si trova davvero alla fine del libro. È già presente all’inizio, nella sezione dedicata al museo di Roxanne, quando si trova al Museo Bergman di Berlino.
Forse il lettore arriva alla fine del romanzo senza rendersi conto che quella era già la conclusione, e continua a leggere fino a tornare nuovamente al punto di partenza.
Emiliano Tognetti:
Tu scrivi sia in curdo che in arabo. Quello che scrivi in curdo è diverso da ciò che scrivi in arabo oppure sono due modi differenti di portare avanti lo stesso progetto narrativo?
Reber Yousef:
Ho scritto un solo libro in curdo, nel 2009, pochi mesi prima di rifugiarmi in Germania.
Quel libro apparteneva profondamente al contesto della poesia curda e non aveva nulla a che vedere con quello che ho scritto successivamente in arabo.
Credo che ogni lingua abbia la propria specificità e che ogni scrittore debba lavorare all’interno dell’universo culturale di quella lingua.
La politica ha avuto un ruolo enorme in tutto questo, perché la lingua curda era vietata in gran parte del Kurdistan: in Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Anche la cultura curda era assediata. In molti casi veniva impedito persino leggere libri nella propria lingua madre. Per questo la poesia curda è rimasta in una forma più classica, se così si può dire.
La poesia araba invece si è evoluta molto di più, perché era aperta al confronto con altre esperienze culturali e letterarie. Gli scrittori arabi hanno potuto sperimentare e scrivere liberamente nella propria lingua. La lingua curda invece è rimasta più simbolica: affrontava le questioni attraverso metafore e simboli, piuttosto che parlare direttamente dei problemi stessi.
Il mio progetto in curdo è completamente diverso da quello in arabo.
E se in futuro scriverò un’altra raccolta poetica o un altro romanzo in curdo, sarà qualcosa di totalmente differente rispetto a ciò che scrivo in arabo: sarà profondamente legato alla cultura e alla tradizione curda.
Emiliano Tognetti:
Vorrei parlare della cultura curda come forma di resistenza. Tu hai lavorato nel campo della cultura curda prima di lasciare il Kurdistan. Qual era il tuo rapporto con la cultura come forma di resistenza?
Reber Yousef:
La cultura curda era proibita.
In certi periodi bastava possedere un libro in curdo per rischiare il carcere.
Ho avuto un amico che lesse una poesia in curdo durante la festa di Nowruz e fu incarcerato per diversi anni.
Fu imprigionato semplicemente perché aveva letto una poesia nella sua lingua madre.
Oggi, in Europa, riuscite a immaginare una persona arrestata dal proprio Stato solo per aver scritto o letto una poesia nella propria lingua? Eppure per i curdi era così.
Insieme a molti amici organizzavamo attività culturali clandestine: letture poetiche, incontri sui libri, sul cinema curdo, sulle canzoni curde. Tutto avveniva in segreto.
Andavamo a piedi da qualcuno e gli dicevamo a voce:
“Domani, oppure tra qualche giorno, vieni in quella casa, a quell’ora”.
Le persone arrivavano fingendo una semplice visita privata. Poi entravano in una stanza, ci sedevamo tutti per terra, anche chi parlava si sedeva per terra e iniziava la sua conferenza o lettura.
Nel frattempo altre persone restavano fuori a controllare la strada nel caso arrivasse la polizia. Quella era la nostra forma di resistenza.
Una resistenza culturale contro la violenza, l’oppressione, la repressione, il carcere e la distruzione.
Non esiste nulla di più pacifico della cultura. La cultura è stata l’unica vera forma di resistenza pacifica che abbiamo praticato in Siria, lontano dalla violenza e dalle armi.
Credevamo che il semplice fatto di ascoltare una poesia in curdo o una conferenza su un film curdo fosse già una forma di resistenza.
I tiranni sono passati, ma il popolo curdo è rimasto e continuerà a ottenere i propri diritti.
I romanzi sono stati scritti e tradotti — anche in italiano — e tutto questo è il risultato di quella resistenza, una resistenza simile a un fiore.
Emiliano Tognetti:
Una piccola vittoria.
Reber Yousef:
Sì, una piccola vittoria.
Emiliano Tognetti:
Nel romanzo, e anche nella realtà, il ruolo delle donne nella conservazione della memoria collettiva sembra molto importante.
Reber Yousef:
Nel romanzo Le donne della notte, le donne hanno un ruolo centrale nella conservazione della memoria del popolo curdo yazida.
Erano loro a custodire le canzoni tradizionali e a trasmetterle ai figli. Senza le donne molte di quelle canzoni sarebbero andate perdute.
Gli uomini erano occupati nel lavoro e in altre questioni, come accade spesso nelle società mediorientali. La donna invece era il vero motore della trasmissione culturale ai figli, soprattutto attraverso il canto.
La lingua curda è stata proibita per moltissimi anni nella maggior parte del Kurdistan.
Gli Stati che dominavano il Kurdistan — dagli Omayyadi agli Abbasidi fino agli Ottomani — imponevano continuamente altre lingue ai curdi.
Durante il dominio arabo veniva imposta la lingua araba; successivamente, sotto gli Ottomani, venne imposta la lingua turca. I curdi erano costretti a imparare lingue diverse e venivano progressivamente separati dalla propria lingua madre.
Gran parte del patrimonio culturale curdo è sopravvissuto nelle canzoni popolari.
Per i curdi le canzoni erano libri, perché i tiranni non permettevano loro di stampare o scrivere liberamente.
Quando avevo bisogno di fonti culturali curde, ascoltavo grandi quantità di canzoni tradizionali per trovare ciò che mi serviva.
Uno scrittore europeo può andare in biblioteca, scegliere un libro, sedersi con calma e scrivere. Per noi, invece, le canzoni erano i nostri libri.
E la donna, più dell’uomo, ha avuto un ruolo fondamentale nel mantenere viva questa tradizione attraverso il canto. Io non sono contro le religioni, rispetto tutte le credenze, ma nella tradizione islamica spesso si dice che la voce della donna debba essere nascosta.
La donna curda invece componeva canzoni e cantava pubblicamente.
E questo dimostra quanto fosse diversa da quel modello imposto.
Emiliano Tognetti:
Ora vivi in Europa. Pensi che la scrittura e la cultura possano essere un ponte tra l’esperienza reale del popolo curdo e quei popoli che conoscono la questione curda soltanto da lontano?
Reber Yousef:
Il problema dei popoli europei — e di gran parte del mondo — è che ricevono le informazioni soprattutto attraverso i media ufficiali.
Ma i media ufficiali non raccontano davvero l’anima delle persone, né il loro dolore o le loro tragedie umane.
Ed è qui che entrano in gioco il romanzo, il cinema e la poesia: servono a raccontare la realtà di questi popoli. Io non so fare altro che scrivere.
La scrittura è il ponte attraverso cui posso far conoscere agli europei la sofferenza dei popoli del Medio Oriente: gli yazidi, i siriaci, gli armeni e tutte le altre minoranze perseguitate della regione. La scrittura è l’unica arma che so usare.
Un’arma pacifica, simile a una rosa e non a un fucile.
Emiliano Tognetti:
Puoi salutare il pubblico in curdo?
Reber Yousef:
“Rojbaş.”
(Buona giornata, saluti a tutti.)

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