Romania 2025: intervista a Don Cristian – Chiesa Cattolica

Prosegue e si conclude il nostro piccolo itinerario nella Romania del 2025. Abbiamo avuto la possibilità di incontrare un sacerdote della Chiesa Ortodossa di Traian, Don Cristina Alecu, con molta competenza e disponibilità, ci ha rilasciato questa intervista sulla situazione della chiesa nel 2025 nel loro paese.

Grazie a voi che ci avete accompagnato, in ottica di dialogo ecumenico, in questo piccolo viaggio delle due principali Chiese Rumene. Buona lettura:

Emiliano: Dal punto di vista della Chiesa Ortodossa, come si caratterizza oggi la relazione con la Chiesa Cattolica in Romania?

Don Cristian: Dal punto di vista della Chiesa Cattolica, il legame con la Chiesa Ortodossa si caratterizza innanzitutto dal rispetto reciproco, dalla collaborazione e dal desiderio sincero di comunione. Una comunione che va oltre le differenze dottrinali ed ecclesiologiche che esistono tra le due Chiese. Questo non significa che non possiamo collaborare, anzi. Credo che il dialogo che intraprendiamo, almeno a livello locale, sia utile, perché cerchiamo di collaborare quanto più possibile, nei limiti che ci sono imposti dalle nostre gerarchie, poiché è importante rispettare certe strutture. Ricordo che alcuni ecclesiastici ortodossi pongono, in qualche modo, un freno a questa collaborazione tra le Chiese, e quindi, forse, siamo condizionati a realizzare solo alcuni incontri, che risultano meno profondi. Ma al di là di questo, la relazione tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa è piuttosto buona e benefica. A livello di fedeli non c’è alcun problema nel collaborare, nel rispettarsi e nell’aiutarsi reciprocamente. Inoltre, si osserva una crescente diffusione dei matrimoni misti tra persone di fede cattolica e ortodossa. Personalmente, non vedo alcun impedimento in questo, anzi, vedo un’apertura, soprattutto da parte dei fedeli, gli uni verso gli altri. Certamente, ci sono alcune persone che sono più restie a collaborare, ma la grande maggioranza delle persone è aperta e disposta a collaborare. A livello istituzionale o gerarchico, forse c’è una certa mancanza di collaborazione rispetto a quella che ci aspetteremmo, o che desidereremmo, forse a causa di sfiducia o del sospetto di proselitismo, ma in generale la collaborazione è fruttuosa.

Emiliano: Pensi che due fattori importanti di comunione tra le due Chiese siano la carità e il martirio nell’amore? In fondo, come dice San Paolo, ciò che rimane è la carità!

Don Cristian: Certamente. Senza dubbio, la carità nell’amore attivo è un linguaggio comune che emerge chiaramente nell’Evangelo, indipendentemente dal martirio, che è ugualmente condiviso. In particolare, nel ventesimo secolo, quando i cristiani hanno sofferto insieme durante il regime comunista, sia i cattolici che gli ortodossi hanno sofferto molto per mano dei comunisti. Quindi, credo che questi valori—la carità e il martirio—possano determinare, in un certo senso, l’unità tra i cristiani perseguitati, almeno quelli che sono stati incarcerati durante il periodo del comunismo, a prescindere dalla loro confessione, che fossero cattolici, ortodossi o anche protestanti. In prigione, infatti, hanno collaborato molto bene e ci sono molte testimonianze al riguardo. Quando parliamo di persecuzione dei cristiani, la carità e il martirio sono linguaggi comuni. In effetti, come dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, ciò che rimane è l’amore, e questo amore è sia il criterio ultimo dell’autenticità cristiana che il fondamento di ogni speranza. Solo nell’amore possiamo superare la sfiducia e la divisione. Anche se oggi siamo due Chiese distinte, l’amore fraterno tra di noi rimarrà per sempre, e credo che questo sarà il legame che ci porterà all’unità. Quando nel nostro cuore c’è amore, quando guardiamo l’altro, che sia di un’altra confessione, non possiamo fare a meno di scoprire Cristo. È proprio questo che ci insegna l’Evangelo: quando siamo pervasi dall’amore vero, dall’amore di Cristo, dobbiamo vedere l’altro, indipendentemente dalla sua confessione, come un Figlio di Dio, come qualcuno che ha nel suo cuore l’immagine di Dio. E quindi dobbiamo amare. In effetti, è proprio l’amore che ci unirà, perché senza di esso non possiamo andare avanti.

Emiliano: Da quando la Romania è entrata nell’Unione Europea, ci sono stati cambiamenti significativi; alcuni con effetti positivi, altri negativi o ancora non del tutto efficaci. Come vedi cambiata la situazione della Chiesa Ortodossa in Romania?

Don Cristian: Questa è una domanda complessa. In effetti, da quando siamo entrati nell’Unione Europea si vedono grandi cambiamenti, sia a livello di società che di Chiesa. A livello sociale, questi cambiamenti sono evidenti, ma a livello di Chiesa, sebbene siano emersi anche aspetti positivi, sono arrivati anche molti nuovi problemi, e nel periodo precedente all’ingresso nell’Unione Europea non ci trovavamo a dover affrontare queste situazioni. Posso dire che questi cambiamenti sono iniziati prima dell’ingresso nell’Unione Europea, quando si sono aperte le frontiere e sia i cattolici che i membri di altre religioni hanno cominciato a migrare in Europa Centrale. Hanno portato con sé anche uno spirito che non sempre è stato positivo. Possiamo riconoscere che l’Unione Europea, nei suoi principi fondatori, era incentrata su valori morali e cristiani, che ritengo fossero nobili. Tuttavia, se oggi quei fondatori tornassero, non so se gli attuali leader dell’Unione Europea sarebbero in grado di difendere le decisioni prese oggi, perché non credo che avessero in mente ciò che sta accadendo ora. Gli attuali governanti sembrano essersi allontanati dai valori che avevano originariamente promosso. Parlo principalmente di valori morali, e qui sta il problema maggiore, perché, purtroppo, sebbene l’Unione abbia portato anche cose buone, ha portato con sé anche aspetti che, dal punto di vista morale, non sono propriamente corretti. Molte volte, si pongono accenti su temi che sono contrari alla moralità cristiana e alla vita di fede, anche se non dovrebbe essere questo l’obiettivo principale dell’Unione Europea. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di favorire una crescita comune, una convivenza pacifica, e vivere secondo l’amore di Cristo. In pratica, non possiamo cancellare dalla Costituzione dell’Unione Europea l’impronta cristiana. Eppure, spesso si mette in discussione, o addirittura si tenta di rimuovere, questo legame che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’Europa. Questo nessuno può negarlo: l’Europa si è sviluppata grazie all’influenza e alla cultura cristiana. Ma oggi vediamo che, in generale, chi guida l’Unione sta cercando di allontanarsi da questi principi. E così, anche la Chiesa Cattolica in Romania si trova ad affrontare gli stessi problemi che la Chiesa Cattolica affronta in Italia, in Germania, in Francia: richieste da parte di alcune minoranze, che non sto a nominare perché non è questo l’importante, e anche il crescente laicismo. Quando l’uomo raggiunge una certa condizione materiale, tende a pensare: “Non ho più bisogno di andare in chiesa, non ho più bisogno di Dio”. La secolarizzazione del cristianesimo è arrivata anche in Romania, e vediamo che la partecipazione dei cristiani cattolici alle liturgie e ai sacramenti è diminuita rispetto a prima dell’ingresso nell’Unione Europea. La partecipazione era molto maggiore in passato, mentre ora è in declino. Sicuramente, non è così bassa come in Occidente, ma in gran parte si sta diffondendo questa attitudine di disinteresse verso le cose sacre.

Emiliano: In questo contesto attuale, caratterizzato dalla minaccia sempre più presente di una “terza guerra mondiale a pezzi”, quale ruolo possono giocare le due Chiese in Romania? Sia a livello episcopale che quotidiano, come possono essere un punto di riferimento per perseguire l’unica missione comune: portare la gente a Cristo, il cui nome è salvezza?

Don Cristian: Sì, nella situazione attuale del mondo, credo che le due Chiese possano e debbano essere una voce comune per la pace, la giustizia sociale e la solidarietà. Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere la riconciliazione, prima di tutto tra noi cristiani. Noi, come cristiani, anche se siamo divisi, dobbiamo prima di tutto riconciliarci tra di noi, unirci e poi promuovere questa riconciliazione anche a livello sociale. Dobbiamo sempre condannare la violenza, non approvare la violenza, e incoraggiare sempre la cultura dell’incontro, in cui tutti si incontrano l’uno con l’altro. Nel contesto di questi conflitti globali e regionali, credo che la Chiesa abbia un ruolo speciale nell’educare la giovane generazione. Può offrire un rifugio a chi è stato costretto a fuggire dalla guerra e credo che possiamo dare una testimonianza concreta di carità. Ad esempio, dall’inizio della guerra in Ucraina, sia la Chiesa Ortodossa che quella Cattolica si sono impegnate, almeno in quest’area della Moldova, ad aiutare concretamente chi fuggiva dalla guerra, offrendo loro l’indispensabile, ospitandoli e sostenendoli, affinché non sentissero il peso di questo flagello. Credo che, prima di tutto, cattolici e ortodossi debbano lavorare insieme per formare i futuri uomini e cittadini, per essere accoglienti, per incontrarsi l’uno con l’altro, per accettarsi a vicenda, e non lasciarsi manipolare da coloro che si proclamano nazionalisti o sovranisti, che, in un certo senso, non fanno altro che alimentare l’odio tra le etnie. Penso anche a livello di Europa, dove stanno emergendo movimenti sovranisti che si oppongono ai migranti e cercano di escluderli. In questo contesto, dove vediamo guerre in varie parti del mondo, dobbiamo incoraggiare i nostri cristiani a essere accoglienti verso chi soffre e cercare di formare politici capaci di negoziare la pace e non la guerra. Dobbiamo sempre cercare soluzioni per non alimentare la guerra, ma per ottenere la pace, perché credo che la pace non si conquisti con la guerra, ma con il dialogo e l’incontro reciproco.

Emiliano: Ti ringrazio.

Don Cristian: Grazie a te.

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